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barbara

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Istanbul - tra est e ovest

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Provo a narrare un incontro.
Con una metropoli, di dieci milioni di abitanti, caotica come Napoli, umida, esposta ai venti del mare, distante e difficile. In alto, un cielo grigio e denso di nuvole. Attorno, pochi sorrisi.
Digiuni diurni da ramadan (ramazan, in turco) e grandi abbuffate serali, verso le sette, annunciate da colpi di cannone e dai canti dei muezzin. Lunghe code davanti alle tende allestite per le cene collettive, a base di carne alla brace o in umido, pesce, verdure speziate, riso, bulgur, il tutto innaffiato da succo di melograno e tè nero.
Un nutrirsi avido e quasi senza gioia, accompagnato spesso da musica melaconica, suonata col can'n (uno stumento piatto, a corde, dal suono simile al clavicembalo), altri strumenti a corda e clarini. A volte arrivano i dervisci, solenni, anche loro avari di sorrisi, e iniziano a ruotare, sempre più velocemente, in cerca di un contatto con quel dio lontano e, ai nostri occhi, "poco misericordioso". I volti della gente sono chiusi, soprattutto quelli degli uomini. Pelli scure, spesso occhi chiari, non di rado tratti mongoli o circassi. In quelle strade la parola "brulicare", diventata uno stilema, assume il suo significato pieno.
C'è un operosità stordente. Tutti vendono qualcosa, non solo nei negozi, anche per strada: giacche e borse di poco prezzo made in China, profumi di marca taroccati, trottole, bicchieri di succo di melograno, pistacchi, castagne, guide turistiche, giacche di montone, pashmine, bracciali e babbucce. Ci sono vecchi seduti per terra accanto a delle bilance che si offrono di pesarti a pagamento, ci sono i piccoli lustrascarpe, quelli che si offrono di farti da guida e quelli che ti vendono le sigarette sfuse. E chi trascina carretti colmi di merce e chi frigge pesce per strada e chi arrostisce il kebab e chi lavora a maglia e chi vende animali (pappagalli, serpenti, gatti e cani magnifici, gracule indiane)... stordente.
L'essenza di questa città è il commercio e trovi la sua anima nei bazaar: quello enorme (il Gran Bazaar), il più grande del mondo, un dedalo dalle grandi volte a crociera dove si vende davvero di tutto e quello delle spezie, più piccolo, dove esplodono i colori e i profumi dell'Oriente. E i volti si aprono in grandi sorrisi. La grandezza di questa città è nella sua storia, che incontri ad ogni passo. Il grande acquedotto romano fa da sfondo alla moschea di Solimano.
La magnifica moschea blu è vicino alla chiesa bizantina di Aya Sofia, trasformata anch'essa in moschea, con gli stupendi mosaici d'oro sovrastati dai simboli dell'islam. Poco distante c'è il Topkapi, il palazzo del sultano, dove un'altra parola, "opulenza", assume il suo pieno significato.
Giardini meravigliosi, pareti coperte di maioliche raffinatissime, padiglioni di una grazia abbagliante, abiti sfarzosi, tappeti, tesori provenienti da tutte le parti del mondo, smeraldi e diamanti grossi come uova, troni d'oro o d'ebano e avorio... e ovunque ti affacci vedi il Bosforo, senti la presenza dell'Asia, che ti guarda, dall'altra parte, e desideri attraversare quel ponte, quel nastro sottile che collega due mondi che si sono sempre incontrati e scontrati senza mai capirsi. Difficile toccare e farsi toccare da quel mondo.
Anche negli Hammam, i bagni turchi, il contatto è rude. Affascinante, indubbiamente. Un piccolo microcosmo scuro e bollente, inferno e paradiso al tempo stesso. Nudo, ti immergi in una penombra satura di vapore. Quasi non respiri, all'inizio. Poi, il caldo ti stordisce e ti lasci andare a quelle mani che ti strofinano vigorosamente, prima con un guanto speciale che asporta la pelle morta, poi con un guanto di fibra e il sapone all'olio d'oliva.
Raschiano senza pietà ogni parte del tuo corpo, come facevano le mamme una volta. Ti sembra addirittura di sentire la vecchia esortazione: "Pulisciti bene il collo e le orecchie!". Poi ti sciacquano con delle grandi ciotole di metallo lavorato con cui ti predono letteralmente a secchiate, neanche volessero mondarti dalle impurità dell'anima oltre che da quelle del corpo.
Quando esci ti senti leggero, non solo fisicamente. La purezza però non è di noi umani e, per contrappasso, dopo i riti purificatori spesso il richiamo alla terra e al caos si fa più forte. Così ti perdi nelle bettole del Bosforo, sfuggendo alle sirene delle decine di locali per turisti, e ti siedi in mezzo a facce da paura e vecchie foto della Istanbul degli anni Trenta, bevi arak e guardi il mare, le barche, le vecchie case cadenti, le moschee illuminate, "quell' umanità" febbrile in cerca di una nuova grandezza che sostituisca quella perduta.
E ti chiedi cosa stiamo cercando, tutti, nessuno escluso. Forse, un giorno, troverà la risposta.

L'errante ... Barbara
minelli@edidee.com

COMMENTI (1)

crippy

2011-01-25 13:45:36

bellissimo, coinvolgente...
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