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Ai Caraibi, in Africa e in Centro America, le vie aperte dalla cooperazione italiana per scoprire come si coltiva e si lavora il chicco, gustare miscele e cibi tipici, assistere ad antichi riti di ospitalità. Sostenendo il reddito dei piccoli produttori e una tazzina più equosolidale
Molto del caffè che beviamo possiamo anche visitarlo. Non è lo slogan di un nuovo concorso a premi, né l'ultima trovata pubblicitaria di una delle multinazionali che controllano il mercato mondiale dei chicchi e delle miscele. È invece la proposta di alcune Ong e associazioni italiane che hanno pensato di esportare l'idea delle “Strade del Vino e dei Sapori” nel Sud del mondo, per sostenere i coltivatori di caffè coinvolti alla fine degli anni '90 in una terribile crisi mondiale, con crollo dei prezzi e conseguente esclusione dal mercato di milioni di piccoli produttori.
La prima è stata la toscana UCODEP, impegnata da dieci anni con i cafeteros delle montagne di Salcedo, in Repubblica Dominicana, in un piano di riorganizzazione della produzione. Dal progetto è nata una nuova etichetta bioequosolidale, il Caffè Jamao, e una proposta turistica, la Ruta del Café Dominicano. Oggi le Rutas sono due: quella di Salcedo tra le coltivazioni del caffè Jamao, e quella di Bonao, zona di produzione del caffè Atabey. Sei percorsi naturalistici, tre per ogni Ruta, immersi nella foresta tropicale, da seguire a piedi o a dorso di mulo. E poi visite alle fincas per vedere i metodi di raccolta e lavorazione, degustazioni, e magari una puntatina al museo del caffè e alle botteghe artigiane del posto. La sera si può dormire nelle case dei produttori, sentire i loro racconti, provare alla loro tavola i cibi tipici dell'entroterra isolano, non meno bello delle più famose spiagge, che comunque non sono lontane.
Seguendo a ritroso la storia del caffè, dai Caraibi ci si sposta in Africa, e precisamente in Etiopia, nella provincia di Kaffa, dalla quale la bevanda trarrebbe il nome. Tra storia e leggenda, pare che le sue proprietà energizzanti siano state scoperte proprio in questa zona da un pastore che notò strani comportamenti nelle sue capre dopo che avevano mangiato i frutti di un arbusto selvatico. Dal 2008 è attiva anche qui - dove si produce ancora la qualità pregiata detta “arabica” e le famiglie usano invitare amici e ospiti a una cerimonia del caffè di antichissima tradizione - una Strada del caffè, promossa dall'associazione LVIA insieme all'Unione dei produttori della regione del Sidamo. I visitatori sono accolti nel nuovo Coffee Visitor Center e hanno a disposizione guide locali per percorrere l'itinerario che porta alla scoperta di coltivazioni e lavorazioni, ma anche della vita della regione e della sua storia ancestrale, con la possibilità di visitare siti archeologici e farsi un bagno nelle terme di Wondo Genet.
Se in Africa non sono molte le proposte di questo tipo, in America centro-meridionale, dalla Costa Rica alla Bolivia, dalla Colombia al Nicaragua, quello delle Rutas del Cafè sembra un vero boom. Per restare in compagnia della cooperazione italiana si può andare in Guatemala, dove è già attiva una Ruta che percorre la regione di Antigua e dove la Ong romana Movimondo sta realizzando due percorsi simili nei distretti di Quiché e Alta Verapaz, tra le montagne del Nord del Paese, grazie a un progetto finanziato dall'Organizzazione mondiale del turismo che si concluderà quest'anno. Meno vicini e strutturati ma non meno interessanti potrebbero essere gli sviluppi turistici legati ad altri "caffè giusti", come quello dell'associazione Tatawelo, creata da varie realtà dell'economia solidale italiana per sostenere le comunità zapatiste del Chiapas, che annuncia per il futuro l'apertura di un ostello a San Cristobal de Las Casas e l'organizzazione di campi di lavoro, le “Brigate Tatawelo”.
E allora, a chi vuole farsi un viaggio sulle strade del caffè non resta che scegliere la miscela che preferisce. Seguendo gusti e profumi, e dosando a piacere divertimento, conoscenza e impegno.

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