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In molti Paesi ci sono già aziende che incoraggiano i lavoratori a fare un periodo di volontariato all’estero. Ora anche da noi un’organizzazione specializzata propone pacchetti per tutti e per le imprese incentive e team building solidali in tutto il mondo.
Gli inglesi lo dicono come sempre in due parole: volunteering abroad. Vuol dire passare un pezzetto di vita in un altro Paese lavorando per aiutare gli altri, o l'ambiente. In Inghilterra e in generale nel Nord Europa sono in tanti a partire, non solo studenti, ma anche professionisti e lavoratori di tutte le età che decidono di prendersi un periodo di break, anche sostenuti dalle aziende.
Nel 1992 un professore di liceo inglese che riceveva dai suoi studenti continue richieste di aiuto per organizzare un periodo di studio e lavoro all'estero, ha deciso di fondare un’organizzazione che aiuta chi voglia cimentarsi nella sfida. Si chiama Projects Abroad e dal 2007 ha anche una costola italiana con sede a Napoli. “La nostra offerta si rivolge a tutte le persone dai 16 anni in su – spiega Simona Eco, direttrice di Projects Abroad Italia – studenti, casalinghe, lavoratori, professionisti, tutti possono partire. Non sono richieste professionalità ed esperienza particolari, e c’è la massima flessibilità sulle date di partenza e rientro”. Una delle principali novità rispetto ai campi di lavoro tradizionali è proprio questa, che si può decidere quando partire, quando tornare e quanto stare fuori, da 15 giorni fino a un anno, la durata classica del gap year o anno sabbatico.
Projects Abroad offre dei veri e propri pacchetti, con alloggio in famiglia e l’assistenza di personale sul posto. Le proposte vanno dalle “Missioni solidarietà bambini”, con progetti educativi e di animazione in una ventina di Paesi di tutto il mondo, al volontariato archeologico, ambientale e veterinario, all'insegnamento, anche questo con una vasta scelta di destinazioni. Meno vari ma non meno interessanti i programmi di “Cultura e lavoro comunitario” che possono portare a lavorare con gli artigiani del Messico, a ricostruire i terrazzamenti inca in Perù, a sostenere lo sviluppo delle comunità Khmer in Cambogia. Anche tra gli stage, per economisti, giornalisti, giuristi e medici, in cui la componente solidarietà non è prevista, ci sono proposte interessanti sotto il profilo umanitario, della conoscenza e dello scambio. Come i tirocini formativi con organizzazioni per i diritti umani in Ghana, Sudafrica e Togo, quelli sulle medicine tradizionali in Cina, India, Sri Lanka e Mongolia, gli stage di giornalismo che danno la possibilità di conoscere un Paese da un punto di vista privilegiato.
“Finora – prosegue Simona Eco - la maggior parte delle persone che partono con noi sono studenti universitari, ma stiamo cercando di promuovere partnership con le aziende perché supportino anche finanziariamente la partecipazione dei dipendenti ai nostri progetti. In altri Paesi ci sono già imprese che lo fanno perché ha importanti risvolti in termini di Responsabilità sociale e di formazione dei lavoratori: un periodo di pausa dedicato al volontariato internazionale è un’ottima occasione per mettersi in gioco dal punto di vista personale e lavorativo, migliorare le competenze linguistiche, arricchire il curriculum, testare le proprie capacità e allargare gli orizzonti”.
A sostegno delle sue tesi, Projects Abroad cita uno studio realizzato qualche tempo fa nel Regno Unito, secondo il quale un'esperienza del genere contribuirebbe a migliorare il lavoro di squadra, la comunicazione interpersonale, la capacità di coordinamento, di prendere decisioni e gestire le risorse economiche. Si può sperimentarlo da soli o in gruppo perché ci sono anche offerte ad hoc per team aziendali. E c’è già chi ha provato un team building solidale giocando con i bambini di un orfanotrofio in India, oppure si è tolto giacca e cravatta per improvvisarsi muratore e aiutare una comunità indigena africana a tirar su le pareti di una casa o di una scuola.

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