Autore
In viaggio con le guide di Yallaz nel Sud-Ovest del Paese, sulla costa atlantica tra Essaouira, Agadir e la foce del fiume Souss, dove vive una creatura antichissima, l’albero dell’argan. Dai suoi frutti le donne berbere estraggono un elisir di lunga vita e di bellezza.
In lingua berbera si chiama tashelhit e si dice che sia comparso sulle pendici dell’Alto Atlante, tra le pianure centrali del Marocco e il Sahara, 80 milioni di anni fa. Viaggiando da Essaouira verso Sud, fino oltre il bacino del Souss, se ne vedono a centinaia, un bosco rado e disordinato di alberi secolari che i non autoctoni chiamano arganier, dal nome scientifico della pianta: l’Argania spinosa, volgarmente detta argan. O anche “albero delle capre”. Scoprire il perché di questo nome e rimanere a bocca aperta è tutt’uno, quando si vedono spuntare caprette appollaiate come scimmie tra le fronde o in bilico sui rami più alti, intente a mangiare le foglie ricche d’acqua.
Dopo aver sfamato per secoli le greggi, fornito legna per il fuoco e un olio per la cucina e la cura del corpo, l’argan ha rischiato di sparire per il disboscamento e l’abbandono. Finché, nel 1995, una ricercatrice dell’Università di Rabat ha cominciato a studiare e far conoscere le qualità dell’olio –previene l’infarto, l’ictus e l’invecchiamento della pelle, rafforza capelli e unghie– e, nel 1998, l’Unesco ha messo sotto tutela più di 800.000 ettari di arganier, dichiarandoli “riserva della biodiversità”. A cascata si sono attivati Ong, associazioni e poi il Governo del Marocco e l’Unione europea che hanno varato il Projet Arganier, con l’obiettivo di fare di questa pianta una barriera contro il deserto che avanza e una scommessa sul futuro dei villaggi rurali che si spopolano. Protagoniste del rilancio sono state le donne, che si sono unite in cooperative -oggi un centinaio con più di 2000 socie- per produrre il prezioso olio nelle due versioni alimentare e cosmetica.
Vale la pena lasciare le dune bianche della costa, o la bella medina di Essaouira, per andare a vederle lavorare. Sedute per terra sui tappeti rompono il guscio della noce per estrarre le mandorle, le macinano a pietra, le impastano fino a spremere l’olio. Il visitatore entra in un mondo tutto al femminile, dove può succedere di essere invitati per un tè alla menta accompagnato da pane e olio, o per una merenda a base di amlou, una pasta di argan, mandorle tostate e miele. Le guide di Yallaz -un’associazione italo-francese-marocchina che promuove un turismo rispettoso ed equo- consigliano di prendersi il tempo e lasciarsi andare alla situazione e sul sito di Djemme, portale per viaggiatori indipendenti dell’associazione, si trovano suggerimenti su come comportarsi, ad esempio cosa fare per aiutare e come gestire la macchina fotografica.
Se si vuole viaggiare da soli per l’arganier, Yallaz offre itinerari, guide, alloggi in famiglia o in piccoli riad e mezzi per spostarsi. Tra i suoi pacchetti per gruppi, promossi in Italia da Lo Spirito del Pianeta Viaggi e Planet Viaggiatori Responsabili, ce n’è uno centrato proprio sulla zona e vari altri che passano da qui e si fermano a visitare le cooperative. Lì si può fare una scorta d’olio cosmetico da riportare a casa, e se dopo non se ne potrà più fare a meno basterà andare nelle botteghe del commercio equo, dove si trova puro o nei prodotti della linea “Esprit equo”. Quello alimentare è un po’ più difficile da reperire in Italia, ma è un presidio Slow Food e si prepara a diventare la prima IGT del Marocco. La filosofia del “chilometro zero” sconsiglia di volerlo sostituire all’olio d’oliva, che ha anch’esso le sue ottime qualità per la salute, ma forse tra qualche anno sarà possibile preparare anche da noi una tagine perfetta. Con l’olio d’argan.
In lingua berbera si chiama tashelhit e si dice che sia comparso sulle pendici dell’Alto Atlante, tra le pianure centrali del Marocco e il Sahara, 80 milioni di anni fa. Viaggiando da Essaouira verso Sud, fino oltre il bacino del Souss, se ne vedono a centinaia, un bosco rado e disordinato di alberi secolari che i non autoctoni chiamano arganier, dal nome scientifico della pianta: l’Argania spinosa, volgarmente detta argan. O anche “albero delle capre”. Scoprire il perché di questo nome e rimanere a bocca aperta è tutt’uno, quando si vedono spuntare caprette appollaiate come scimmie tra le fronde o in bilico sui rami più alti, intente a mangiare le foglie ricche d’acqua.
Dopo aver sfamato per secoli le greggi, fornito legna per il fuoco e un olio per la cucina e la cura del corpo, l’argan ha rischiato di sparire per il disboscamento e l’abbandono. Finché, nel 1995, una ricercatrice dell’Università di Rabat ha cominciato a studiare e far conoscere le qualità dell’olio –previene l’infarto, l’ictus e l’invecchiamento della pelle, rafforza capelli e unghie– e, nel 1998, l’Unesco ha messo sotto tutela più di 800.000 ettari di arganier, dichiarandoli “riserva della biodiversità”. A cascata si sono attivati Ong, associazioni e poi il Governo del Marocco e l’Unione europea che hanno varato il Projet Arganier, con l’obiettivo di fare di questa pianta una barriera contro il deserto che avanza e una scommessa sul futuro dei villaggi rurali che si spopolano. Protagoniste del rilancio sono state le donne, che si sono unite in cooperative -oggi un centinaio con più di 2000 socie- per produrre il prezioso olio nelle due versioni alimentare e cosmetica.
Vale la pena lasciare le dune bianche della costa, o la bella medina di Essaouira, per andare a vederle lavorare. Sedute per terra sui tappeti rompono il guscio della noce per estrarre le mandorle, le macinano a pietra, le impastano fino a spremere l’olio. Il visitatore entra in un mondo tutto al femminile, dove può succedere di essere invitati per un tè alla menta accompagnato da pane e olio, o per una merenda a base di amlou, una pasta di argan, mandorle tostate e miele. Le guide di Yallaz -un’associazione italo-francese-marocchina che promuove un turismo rispettoso ed equo- consigliano di prendersi il tempo e lasciarsi andare alla situazione e sul sito di Djemme, portale per viaggiatori indipendenti dell’associazione, si trovano suggerimenti su come comportarsi, ad esempio cosa fare per aiutare e come gestire la macchina fotografica.
Se si vuole viaggiare da soli per l’arganier, Yallaz offre itinerari, guide, alloggi in famiglia o in piccoli riad e mezzi per spostarsi. Tra i suoi pacchetti per gruppi, promossi in Italia da Lo Spirito del Pianeta Viaggi e Planet Viaggiatori Responsabili, ce n’è uno centrato proprio sulla zona e vari altri che passano da qui e si fermano a visitare le cooperative. Lì si può fare una scorta d’olio cosmetico da riportare a casa, e se dopo non se ne potrà più fare a meno basterà andare nelle botteghe del commercio equo, dove si trova puro o nei prodotti della linea “Esprit equo”. Quello alimentare è un po’ più difficile da reperire in Italia, ma è un presidio Slow Food e si prepara a diventare la prima IGT del Marocco. La filosofia del “chilometro zero” sconsiglia di volerlo sostituire all’olio d’oliva, che ha anch’esso le sue ottime qualità per la salute, ma forse tra qualche anno sarà possibile preparare anche da noi una tagine perfetta. Con l’olio d’argan.

COMMENTI